Anita Pepe
Giornalista

L’Esasperatismo: da Napoli... per Napoli

Massificazione, alienazione, globalizzazione, mercificazione, desertificazione. Parole complicate che disegnano nel nostro immaginario visioni apocalittiche di macerie fumanti, acque inquinate, campi isteriliti, ove s’aggirano vuoti replicanti senza più niente d’umano. Vocaboli dal suono minaccioso, evocanti mostri fantascientifici lesti a ghermirci con artigli protervi, ingordi bestioni dalle fauci spalancate pronti a trangugiarci. Spettri tutt’altro che ingiustificati, scenari nient’affatto futuribili o ipotetici: contaminazione e devastazione sono già qui, tanto vicine da esserci diventate invisibili.

A questo punto, l’arte non può restare indifferente, perché il mondo – absit iniuria verbis - non può ridursi a plotoni di politici, scienziati e industriali, perché le dita non servono solo a schiacciare tasti e bottoni. I colori schizzano fuori da tubetti e dai barattoli, la materia si piega all’idea che la plasma non tanto per gridare ottusamente "Non ci sto!", quanto per chiedersi piuttosto "Come ci sto?". Interrogativo di per sé ostico a tutte le latitudini ma che, quando attecchisce all’ombra del Vesuvio, pare germinare in rovi particolarmente inestricabili.

Città difficile, Napoli: avara e al contempo avida di spazi dove inscenare il grande "ludus" di una fantasia impellente, vulcanica, multiforme. Città storicamente gravata da una secolare inclinazione al corporativismo culturale, che impedisce alle proprie forze – pur cospicue, fertilissime, in perpetuo ricambio – di erompere oltre le alte e lisce pareti dei propri vasi in-comunicanti per toccarsi, scontrarsi, mescolarsi. Conoscersi.

Madre prolifica ma distratta, la bella Sirena del golfo trascura la sua "meglio gioventù", nativa o adottiva, e consegna all’oblio i grandi vecchi, quelli che sono rimasti, che non sono fuggiti oltre confine a propagandare lucrosamente una cartolina ormai sbiadita e stracciata. Forse qui troppi hanno la malattia creativa, forse sono troppo bravi, forse, semplicemente, ancora una volta da queste parti ha preso il sopravvento un vizio antico come le pietre di tufo: lo scialo punitivo di una fortuna che, elargita gratuitamente, pare immeritata e perciò va distrutta. Di tanta sorte quasi ci si vergogna, la si nasconde come bioccoli di polvere sotto un tappeto, mentre il salotto tirato a lucido viene aperto ad ospiti non sempre all’altezza.

In questa casa, allora, come ci stanno quelli dell’Esasperatismo?

Adolfo Giuliani ha offerto loro poco più di uno sgabuzzino. In tanti ci sono entrati, portandosi dietro la propria formazione, il proprio linguaggio e un curriculum più o meno fitto. Liberamente, senza discriminazioni di sesso né d’età. Perché ci si è accorti, innanzitutto, che al mosaico dell’arte partenopea mancava una tessera: del passato remoto sappiamo – o crediamo di sapere – quasi tutto; abbiamo un presente problematico, ma oltremodo incoraggiante; per il futuro, come suol dirsi, ci stiamo attrezzando. Ma quanti ricordano il passato prossimo? Ecco l’anello debole. Per carità, però, qui non si singhiozzano epicedi, non si rispolverano i sacelli di Mani mummificati. I ragazzi di "ieri, oggi e sempre", i "pezzi di storia dell’arte napoletana" riuniti sotto l’egida del movimento hanno energia a profusione: lucidi e attivi, ne avrebbero da dire pure a quanti oggi credono di fare i rivoluzionari con gli esperimenti da loro già tentati cinquant’anni fa.

Nessuna "operazione nostalgia", dunque, poiché l’appello è rivolto a tutti: acclarato che, oggi più che mai, questo non è il migliore dei mondi possibile, un artista può scegliere se ignorare la catastrofe o prenderne coscienza criticamente, riscoprendosi perfino una vocazione pedagogica.

L’Esasperatismo si presenta così come una poltrona scomoda, sulla quale ci si siede per pensare e discutere, e da simbolo il bidone diventa non solo un pretesto per aggregarsi, ma soprattutto un invito alla riflessione direttamente rivolto allo spettatore.

Un anno fa, la prima uscita ufficiale. Galleria Principe di Napoli, Maggio dei Monumenti 2003: un periplo tra sagome e bidoni di latta, con tanta gente che si aggirava incuriosita tra quegli strani "quadri" chiedendosi prima di tutto: "Perché? Che vuol dire?". L’obiettivo era stato centrato.

Da allora, il movimento è cresciuto fino a diventare fenomeno d’esportazione, pur nel tenace ed orgoglioso attaccamento alle proprie radici: perché l’Esasperatismo è nato a Napoli, un posto dove giocoforza s’impara a lottare e dove amore e rabbia s’impastano in un unico grumo. Un osservatorio dove il disastro del mondo forse è un po’ più chiaro che altrove.

Ora si tratta di guardare avanti, senza lasciarsi sopraffare da tendenze lobbistiche ed elitarie, senza cadere nelle trappole dell’autoreferenzialità, affrontando le sfide ineludibili in ogni percorso evolutivo. Fra tante, una: la creazione di un laboratorio intergenerazionale, avulso da ogni rigidezza scolastica. Un giardino variopinto, con mutuo scambio di linfa tra tronchi e virgulti. Un porto di mare, con navi colorate che approdano e salpano. Meglio: una palestra per spiriti senza tempo. Siamo o non siamo un po’ Greci?

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